lunedì 2 luglio 2012

IL DESERTO, LO SPECCHIO DELLA MIA ANIMA



"Dio ha creato le terre con laghi e fiumi perché l'uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima".
(Proverbio Tuareg)


Ormai  non ho più alcuna sicurezza. Cosa è vero? Cosa è  fantasia? Mi sembra che il tempo non sia passato. Un anno è scomparso, eppure in quest’ultimo anno sono successe tante cose. Mi sembra un attimo da quando sono partito dal deserto , un battito di ciglia è passato dal giorno che tornai per l’ultima volta in bicicletta.


Mi sembra di vivere solamente quando sono nel deserto, tutto l’altro tempo è solo un sonno in cui sogno di partire. Chissà se uno psicologo si diletterebbe con la mia mente….
Il tempo però passa ed inesorabilmente modifica il corpo e la mente degli uomini così come modifica la morfologia di wadi e montagne.
Il mio corpo è ancora più debole, così come è giusto che sia, ma purtroppo quello che è più fragile è la mia mente. Quest’anno anelo partire, ma contestualmente una paura latente si aggira dentro i più reconditi meati della mia contorta anima.
Sarà perché qualche giorno fa è morto il mio amico Enrico mentre pedalava felice in sella alla sua bicicletta? Oppure sarà perché due mesi fa è precipitato Stefano mentre scendeva con i suoi sci in un oscuro canalone? Non credo sia questo, io non ho mai pensato alla morte, oppure ci ho pensato come una evoluzione normale e naturale delle cose e quindi non terrorizzante. Poi credo nel "tutto è scritto" ed è inutile quindi preoccuparsi.
Allora? Allora non lo so. Forse sono cambiate le motivazioni e le ragioni per cui vagavo nel deserto. Forse a causa delle promesse fatte di non correre rischi. Neppure questo però è vero perché io non ho mai creduto di aver corso dei rischi veri e propri. E’ inutile tentare di spiegarlo. In ogni caso questo stato di pensiero mi ha indebolito e quindi non credo di avere più la capacità di traversare l'altopiano di El Tih . Potrei cedere psicologicamente ed allora si che sarebbe pericoloso. Ma non mi preoccupo, perché posso nascondere la mia paura dietro le promesse fatte e quindi la coscienza è a posto.
La prima cosa da fare è montare la bicicletta. In un batter d’occhi, così come la Fenice, eccola risorgere da un ammasso informe di ferri smontati e legati per poterli trasportare in aereo.

 Il primo pomeriggio incalza, due bottiglie d’acqua e via, a provare  le gambe e la mente in un’aria sottile ed ardente. Tanto ardente che dopo un’ora ho finite le due bottiglie d’acqua ed insieme a loro ho finito anche le mie scarse energie. Il cuore palpita e numerose extrasistoli vagano nel torace dolente come se avessi ingoiato un acido corrosivo. Mi siedo sotto le rocce che danno un’ombra scura, ma non ristoratrice.

Il cuore non rallenta i suoi battiti e le gambe sono sempre più deboli. I muscoli dolenti arrestano il mio progredire. Ho fatto solo alcune decine di Km, sto ancora in vicinanza del villaggio beduino di el Roassac e non ce la faccio più. La mia paura era solo preveggenza? Sono felice di aver promesso di non correre rischi, così posso battere in ritirata con dignità. Sto seduto all’ombra delle montagne che si stagliano davanti a me, nascondendo un sole ormai stanco, ma pur sempre  insensibile alle umane debolezze.

Una piatta pietra accoglie un fantasma d’uomo che si trascina faticosamente verso la parete per trovare un sedile meno ustionante. Mi siedo ed aspetto, aspetto...... aspetto che il deserto mi dia la forza. Ma questa volta è inutile. Più il tempo passa, più mi sento svuotare le forze. Ho sete, una sete non fisiologica. Credo che se potessi bere mi sentirei meglio, ma ho finito i miei tre litri d’acqua. E’ così come già sapevo. Quest’anno è cambiato qualcosa. Comunque anche il mio corpo non reagisce e non solo la mia mente. L’età incalza. Mi pesa che gli anni facciano diventare sempre più grande la palla che ho legata al piede. Le mie ginocchia ormai sono completamente distrutte ed i miei muscoli sono diventati deboli come quelli di una bimba. Molte volte mi sono chiesto se veramente sono diventato così debole.

Poi, quando sono al punto di essere imprigionato psicologicamente in un vicolo cieco, esco in bici, pedalo per 150 e più km, testo la mia resistenza e mi rincuoro.  Il mio più grande desiderio sarebbe stato quello di trasmettere ad un figlio queste mie passioni e sensazioni, ma il fato che mi ha regalato la capacità di capire il deserto e le montagne, mi ha negato un figlio che condividesse con me le montagne ed i deserti, il gelo ed il vuoto, il ghiaccio e le sabbie. Quando deciderò che sarà finita, il mio pensiero non continuerà a camminare in un altro essere . Quando le forze mi abbandoneranno tutto sarà finito per me. Quando non potrò più pedalare contro un calore infernale nelle sconfinate distese, non mi accontenterò più di passeggiare a S. Giuliano. Così ho fatto con lo sci. Quando le mie ginocchia non  mi hanno più permesso di scendere nei canaloni non sono più andato neppure sulle piste da sci. E’ triste ora dover ammettere , seduto a qualche km dal villaggio, che quel momento potrebbe essere arrivato. Sento che qualche lacrima  è pronta a scendermi sulle gote. Me ne accorgo dalla gola che inizia a  farmi male come se qualcuno stesse tentando di strozzarmi. Poi alzo lo sguardo verso i picchi frastagliati e scorgo un canalone che avevo salito gli scorsi anni.

Una frana immane ha modificato il canalone. Un picco che ricordo perfettamente tanto era la sua arditezza ora non c’è più. E’ precipitato ed ora giace nel canalone trasformato in enormi pietre incoerenti ed instabili. Ed allora perché mi preoccupo? Un picco basaltico ha ceduto. La sua  invincibile  schiena è stata piegata dagli elementi.  Una torre che era nata per sfidare il tempo ora è scomparsa ed il suo cadavere si stende ai piedi dei picchi più giovani e forti. Come posso credere io di essere più forte ed importante di un picco immenso? La gola mi si schiarisce. La lacrima evapora immediatamente sulla gota e gli occhi possono vedere più chiaramente. Non sono gli occhi che non vedono, è la mia mente che non vede, anzi, non vedeva. Una piccola piantina si erge fiera tra i  miei piedi. Mi accuccio e colgo una piccola fogliolina. La porta al naso e…miracolo!! E’ la piantina che molti anni fa trovai in una valle desolata. La riconosco dal magnifico odore. Un odore resinoso che rimane nel naso per ore, un misto di incenso e menta, fortissimo.

Sono felice di averla ritrovata, ma poi alzo lo sguardo, un intero prato si stende di fronte a me. Guardo meglio, l’intero wadi è fiorito. Prendo la bici e spendo le ultime energie per portarmi dentro lo wadi. Tutta l’aria è densa, le narici si riempiono dell’odore penetrante. Mi siedo nel prato e mi rotolo a terra sulle piantine. L’odore mi si attacca addosso e rimarrà su di me fino alla prossima doccia.  Al ritorno incontrerò un pastore beduino a cui chiederò il nome delle piantine. Sono i “ravael”, le mangiano le capre. Questo è il momento della fioritura, che quest’anno ha ritardato un po. Ecco perché  avevo visto solo qualche stecco rinsecchito. Colgo alcune piantine, le metto dentro lo zaino e le dispongo nella stanza del villaggio. Il suo odore rimarrà per tutto il tempo della mia permanenza a Sharm.
La giornata che era iniziata malissimo, improvvisamente assume un altro significato. Sono felice di essere tornato, anche se non sono più sicuro di me stesso, delle mie capacità e possibilità. Il percorso è in discesa ed il sole ormai tramontato fa assumere all’aria una freschezza ristoratrice. Le montagne verso cui mi dirigo, per tornare alla costa, sono di un rosso abbagliante. Ma cosa mi importa se sto diventando debole? Prima o poi dovrò accettarlo, meglio che mi prepari…..

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Vagare nel Sinai è una parte essenziale della mia vita. Diventa sempre più difficile far capire ai miei familiari questa semplice cosa, ma non mi preoccupo. Sono abituato al fatto che quasi nessuno ha mai compreso la mia indole. Sono però loro grato per gli sforzi che hanno fatto per decine di anni di convivenza con me.
Parto in un giorno già all’alba caldo ed accecante . Sono le sei del mattino e alla periferia di Naama già tutti sono svegli. I bambini del luogo giocano a pallone davanti le loro case come fosse mezzogiorno. Davanti ai bar gli uomini sono seduti come se già stessero riposandosi in una pausa di lavoro. Già! Qui la giornata comincia presto. Dalle 11 alle 16 tutto è morto. Nessuno lavora. I muratori sono sdraiati sotto le gru e le benne.

Tutti trovano un po di ombra ed aspettano che il sole permetta loro di fare un solo piccolo sforzo. Ma come!! Direte voi!! Io posso pedalare nel deserto durante tutto il giorno, mentre i locali non fanno uno sforzo durante le ore centrali. Certo! Io faccio uno sforzo, ma poi mi riposo nelle piscine e mi reidrato con litri   e litri dei più svariati liquidi. Quando mi sento pronto parto di nuovo. E’ ben diverso doversi alzare tutti i giorni dopo aver dormito nel deserto alla periferia della città senza docce ne bagni, senza potersi rinfrescare nelle stanze con aria condizionata e senza poter bere a volontà ; e sapere che tutti giorni della propria vita saranno così.

Mi avvio come sempre verso una porta che si apre spesso dentro il mio inconscio. Queste pietre inanimate, la sabbia rovente, le piante morte, il vento, l’aria che sembra sfuggire ai polmoni, la sottile paura… tutto ritrovo puntuale appena varcata la soglia del deserto.
Ora vedo cose che neppure immaginavo qualche anno fa. Il paesaggio pauroso, ostile, disabitato ora mi appare familiare, tutto ora ha un significato. Mi allontano dalla civiltà in compagnia del deserto, del vento, degli spiriti delle sabbie. Risalgo lo uadi madsus in un terreno duro e liscio. Evidentemente gli elementi, durante l’anno passato, hanno consolidato il fondo breccioso. Ora so dove si trovano le spine. Lo immagino pensando al vento e all’acqua che durante l’inverno hanno spazzato lo uadi.

Vedo i segni delle meteore. Tutto è scritto sul terreno. So come il vento ha percorso le lande. Come ha lasciato i grani più pesanti e come ha spostato quelli più leggeri, come gli spiriti hanno alitato formando piccoli avvallamenti che sembrano fatti dalle acque. Riesco a capire quando sono stati fatti.
Segni più antichi e recenti si intrecciano, si accavallano e si incrociano pur mantenendo ogni loro individualità. Mi sembra un libro. Riesco a capire su che tipo di terreno mi muovo semplicemente ascoltando il suono che il vento  crea soffiando sulla sabbia o sulle pietre. Sento l’odore delle pietre o della sabbia, diversa dalla terra alluvionale.

 Il vento mi porta odori infiniti di rocce distrutte dall’escursione termica o di sabbie impalpabili. Qui si possono distinguere odori di vita e di morte. Mi muovo in un ambiente che mi manda continuamente informazioni sul mio itinerario. Anche il calore che sale dal terreno ha un codice che posso interpretare. Senza vedere posso sapere se sotto di me ci sono rocce o sabbia. Se c’è basalto nero o rosso. Gli odori ed il calore  scrivono nella mia mente un nuovo mondo che pian piano si apre ai miei occhi. E’ come se vedessi un'altra realtà. Ma non sono solo i miei sensi che sono cambiati.  Non so se sono visionario, ma credo di sentire dove devo passare. Faccio delle controprove di ciò che penso, ma poi smetto di chiedermi ogni cosa e mi lascio sommergere dall’ambiente.

Una sensazione di pace immensa mi pervade. Qui ora sono al sicuro. Le tracce degli animali parlano della vita notturna. Si possono leggere semplici gite e drammi di battaglie. Sulla micidiale lavagna c’è scritto tutto. L’allegro saltellare di un topolino, il greve incedere di uno scorpione, lo zampettio degli uccelli. Flebili tracce di piccoli insetti che scompaiono quando incrociano la via di animali più grossi ed affamati. Alla mia sinistra si apre una scura valle, incassata tra nere pareti. Mi fermo per riposare, ma è solo una scusa. Non sono stanco. Devo salire un piccolo valico e devo farlo con la bici in spalla. Sotto i miei piedi c’è una massa immensa di ciottoli roventi. Questo luogo mi attira e mi affascina e non capisco il perchè. Ancora sono lontano dalla comprensione della natura. Chissà se i tuareg o i bedu sanno interpretare  queste sensazioni. Quanto invidio la loro comprensione dei luoghi e di se stessi!! Ma attenzione, ho detto comprensione, non conoscenza. Per conoscere i luoghi basta andarci una volta, ma la comprensione è un’altra cosa.

 Arrivo alla sella e scendo in una valle stretta ed angusta che il caldo ha trasformato in un terreno inpercorribile. Salgo sul bordo destro che si rivela essere un luogo abbastanza facile da percorrere, anche se ora i ciottoli sono diventati neri quindi il calore è ulteriormente aumentato. Il vento stempera la sensazione di caldo, ma so che la disidratazione procede implacabile.

Anche se ora capisco tante cose che prima mi erano sconosciute, purtuttavia devo fare i conti con le esigenze del mio corpo. E l’unica esigenza veramente essenziale è l’acqua. Ho azzerato ogni altro desiderio, ma l’acqua è la vita. Anche la fame è assolutamente secondaria, a breve scadenza. Non mi preoccupo più di portare cibo per uno o due giorni di cammino.

Il nostro corpo civile ha accumulato talmente tante energie che forse neppure una settimana di cammino sarebbe sufficiente anche solo ad intaccare le riserve. Ben presto la valle si chiude sotto un monte contorto e devo tornare indietro. Riesco a montare in bici e, ritto sulle gambe, posso sfruttare il mezzo anche se i ciottoli ne mettono a dura prova le strutture metalliche. Ma la bici è acciaio, mentre le mie gambe sono di tenera carne.

Rientro nello uadi seguendo delle inesistenti tracce appena accennate tra le pietre. Non so se possa trattarsi di sentieri o della statistica che ha costruito dei sentieri lasciando spazio tra le rocce. Lo uadi principale mi accoglie poco prima che la mia schiena dia i primi segni di cedimento. Mi sembra un’autostrada e procedo velocemente verso ovest mentre le montagne si fanno sempre più basse man mano che salgo. Il caldo aumenta, ma ora mi sembra un amico, forse perché so come reagisco. Sono sempre guardingo, anche un amico può tradirti! Il valico è vicino, ma il terreno diventa inconsistente dentro un riarso ruscello e il cammino si fa improvvisamente difficile.

Ecco il momento! Non devo cadere nel tranello della cultura occidentale. Non devo vedere la cosa come una sfida verso il deserto o verso di me. Nel deserto non bisogna dimostrare nulla. Gli spiriti sanno già tutto, inutile mentire. Qui deve essere il mio ambiente. Nessuno, in europa, sfiderebbe la “Camera da letto” o “il Bagno”, semplicemente perché quello è il nostro ambiente. Così deve essere anche qui. Il terreno corre sotto i piedi, la sabbia diventa un morbido tappeto che ammortizza le mie doloranti ginocchia.

E procedo sotto un sole accecante che sembra, ora, aver assunto una colorazione verdastra. Il valico, la mia meta. Ma quale meta? Nel deserto non c’è una meta. Quella è solo nella nostra testa, meglio scordarla. Grosso guaio è la meta, nella nostra cultura. Quante persone hanno immolato la loro vita per una “meta”! Quanti corpi riposano sotto “le cime”, le mete del nostro orgoglio!
Non so come spiegarlo, mi sembra tutto chiaro qui, ma già so che appena tornerò, la mia indole di “civilizzato” tenterà di riappropriarsi della mia mente, ed ancora una volta ci riuscirà, anche se un flebile ricordo resterà in un piccolo angolo della mia anima.
Devo tornare. Già questa affermazione mi allarma. Perché decido che “è ora di tornare?”. Sono domande sciocche qui, dove solo il deserto decide cosa tu debba fare. Scendo lungo lo uadi, senza pedalare, e percorro larghe curve a tempo di un valzer che mi martella la mente. Corro sotto una cima verticale mentre il caldo che emana da essa mi rincorre.
Devio a sinistra verso una valle laterale ed improvvisamente la ruota posteriore, con un sibilo sinistro, si sgonfia. Tre spine di acacie hanno perforato la ruota. Non mi preoccupo. È solo perché mi sono distratto ed il deserto mi ha punito. Mi rendo conto che umanizzo le rocce e le sabbie, che parlo con i folletti. Ma chi ci dice che le cose non stiano veramente così? Ormai riparo le ruote con destrezza e senza sforzo. Ben presto mi inoltro nello wadi laterale e mi tuffo in una strettissima valle larga appena qualche metro con sabbia inconsistente.

Al mio lato destro incombe una parete di fango secco alta parecchie decine di metri. Una svolta e la parete crolla davanti a me . Sono centinaia e centinaia di tonnellate di terra alluvionale che si appoggiano lentamente , ma inesorabilmente, dentro l’angusta strettoia riempiendola quasi completamente di uno strato di terra alto qualche metro e lungo almeno 50 metri. Qualche secondo di differenza e……..
Ma i Djiin sono guardinghi e mi hanno fatto forare al momento giusto. Tutto è scritto!!!!
Scavalco la terra inconsistente e scendo nel ripido pertugio che si inoltra in un’incasso  che dall’alto non so quanto sia percorribile.

Rare tracce di cammello si inerpicano alla mia destra, sotto una parete poco rassicurante formata da massi accatastati alla rinfusa e che sembrano ogni momento sul punto di crollare. La traccia scavalca un’intaglio della cresta e poi con tornanti vertiginosi scavati tra crolli recenti, mi porta alla base della parete. Sono felice di allontanarmi da questi monti inconsistenti. Ancora sono scosso dall’esperienza appena trascorsa e non ho alcuna intenzione di sfidare ancora la sorte. Mi rendo conto che è una roulette russa. La parete scarica i massi quando viene illuminata dal sole a quando l’ombra la raggiunge…ed ora questo è il momento. Meglio svignarsela.
Km di discesa sotto terreno mobile hanno stancato le mie braccia, ma in lontananza si intravvedono le luci della costa quando il sole ormai é tramontato sotto un’ultimo bagliore.
L’aria è fresca nella vallata che si allarga accogliendo la brezza che sale dal mare lontano. Non vorrei più tornare. Mi fermo alla vista di una pastorella che spinge avanti a se un gregge di  capre che corrono come camosci sulle rupi laterali. E’ una donna con il suo figlioletto.
La legge coranica viene ben presto infranta perché tutti e due si fermano a parlare con me. La donna, con un gesto misurato e sensuale, discosta il velo dagli occhi rivelando un volto magnifico, come quasi tutte le beduine. Poche parole in arabo, il bimbo, come al solito, è attratto dalla mia bicicletta. Alcuni minuti, poi la donna, come se solo allora si fosse resa conto del grave peccato, si ricopre il viso. Mi allontano salutando. Gia da qui, decine di km dalla costa, sento l’odore nauseabondo della civiltà. Odo i rumori dei motori nel perfetto silenzio del deserto. Devo tornare nel mio mondo. Ma ora sempre di più mi domando: “Ma quale è il mio mondo?”.

 

3 commenti:

  1. Pà...mi sembra di essere tornato bambino ,come quando mia madre faceva rifornimento alla Shell e a tanti litri di benzina corispondevano un regalo che era il giornalino di Thor che mi faceva sognare.Non poteva comprarmelo poichè non c'erano soldi a casa e certe volte dovevo aspettere mesi prima di accumulare i punti necessari.Aspetto con ansia ogni nuova pagina del tuo blog ....come allora,e come allora ho ripreso a sognare...Carlo.

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  2. Grazie Carlo
    In verità non mi sarei aspettato che i miei racconti potessero piacere a tante persone e sono felice di avermi fatto convincere a scriverle in un blog. Sarei però molto più contento se questo blog potesse convincere qualcuno ad intraprendere i viaggi con occhi diversi dal semplice "turista".Infine sono contento di aver deciso di descivere le mie emozioni, anche quelle più intime ( cosa di cui avevo qualche remora), invece che descrivere "le imprese". Sono viaggi ed avventure che tutti possono vivere, basta solo volerlo. Credo che le vere "avventure" siano quelle del proprio animo. Ciao

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